4.

– Ok. Figli. Cominciamo da questo.
– Michela, 20 anni, Giulio 16 e Giacomo 15.
– E il marito?
– Esiste ancora e fa il padre, ma non è più mio marito e non mi serve.

– Uhm, andiamo avanti. Mi tracci un panorama della sua vita: a che punto si trova, chi le sta vicino, chi ha perso di vista, che sguardo riserva al passato, come vede il futuro?
– E’ difficile che io perda di vista qualcuno, ma in effetti mi è successo tre volte finora. Ho perso un padre, com’è naturale che accada, anche se sembra sempre troppo presto. Ho perso un marito, ma solo perché non abitiamo più insieme. Ho perso una sorella, giovanissima, che adesso è il mio nodo in gola.
Come tutte le donne: quando mi sveglio, comincio a correre.
Passato presente e futuro, come dicevo, si accavallano e si aggrovigliano molto di più di quanto riusciamo a capire.

– Sì, certo, è ancora confusa. Si ricorda come è arrivata qui?
– Ricordo la pioggia.
– Fuochino. Era una fontana, la fontana delle tartarughe al Ghetto, ci stava seduta dentro la notte scorsa.

– Davvero? Pensavo di essermi bagnata sotto il temporale.
– Nottata totalmente serena, non piove da giorni.
– Dov’ero io pioveva.
– Allora era molto lontana.
– Lo penso anch’io.
– E quindi come ha fatto a tornare così in fretta?
– Non sono sicura di riuscire a spiegarglielo.

– Senta… Anzi: senti. Col tu viene meglio.
Io non sono qui per giudicare, non ho una siringa o delle manette nascoste dietro la schiena, capisco che stai vivendo un momentaccio e so che se ne parli è meglio, a me puoi dire qualsiasi cosa, non ti metterò la camicia di forza. Mi chiamo Marcello, faccio il turno di notte al pronto soccorso psichiatrico e sono qui apposta per te.

3.

– E queste tre dita mancanti? Mi racconti come la ha perse.
– Non lo so, ora mi sfugge.
– Non ricorda proprio nulla? E’ impossibile. Le avranno messo dei punti e dev’esserci voluto del tempo per far rimarginare la ferita. Da quanto tempo le ha perse?
– Tempo? Lei non capisce: non c’è il tempo, non è mai esistito, lo abbiamo solo inventato e ormai è superato.
– Ho capito, ora le faccio dare un calmante e ne parliamo domani, dorma bene.
– …

– Aspetti dottore, non ho ancora voglia di dormire, preferisco parlare.
– Ma parlare di cosa? Non ricorda niente…
– Ricordo più di quanto vorrei, il fatto è che sembra essere tutto presente allo stesso momento. Non so se mi può capire. Per una donna, per esempio, guardare i propri figli cresciuti genera sempre una piccola fitta di dolore. Perché si ricorda ogni aspetto che hanno avuto e prova nostalgia per quei bambini che non ci sono più, eppure le sono davanti. Passati, presenti e futuri, davanti.

2.

Barcellona, Casa Batllò, Gaudì.

– Si ma cos’erano???

– Non so cosa fossero, forse lo sapevo una volta e lo sapevo bene, ma ora non mi ricordo. Posso dire come erano, posso descrivere quello addormentato nel lavandino, con la pelle a lamelle. Non erano proprio squame, sembravano piastrelline luccicanti, come quelle che usava Gaudì sui tetti delle sue favolose case. Era rigido e impolverato, molto panciuto, 4 piccoli arti, probabilmente un rettile, forse un cucciolo.

Quell’altro mi ha fatto veramente paura. Ho percepito la massa sopra la mia testa, ma ho avuto solo un attimo per guardarlo, prima di fuggire. Ricordo gli occhi, assurdamente arancioni, lunghi e sottili, pupille nere, so che mi ha visto! Per il resto, un aspetto da… da drago direi, pieno di punte, artigli, spine, coda appuntita. Di colori completamente opposti all’altro, arancio vibrante e nero lucido. Stava sul soffitto come se fosse su un pavimento, completamente immune alla forza di gravità, tranne quando ha deciso di lanciarsi, o magari secondo la sua percezione stava saltando.

Il resto è confuso. Se non fosse per le tre dita che mancano alla mia mano sinistra, giurerei di aver sognato.

1.

E’ notte o forse pomeriggio invernale buio. Entriamo in questo appartamento chiuso da anni. Forse era il vecchio studio di via della Lungara, dove in effetti non sono più stata dal ’90. Comunque sappiamo che sono là dentro e sappiamo pure dove. Non ricordo se dobbiamo evitarli o invece andarli a cercare. Sono confusa.
Intanto ce n’è uno nel bagno piccolo e tocca a me. Spalanco la porta a doppia anta, che aprendosi sfiora il lavabo tanto è angusto l’ambiente.
Lui sta proprio lì: occupa tutto il lavandino, immobile, la pelle sembra un mosaico con piccolissime tessere fra il verde e il celeste, è grassoccio, impolverato e sembra addormentato.
Resto basita. Mi sento come la spettatrice di un film horror che vorrebbe gridare al protagonista “Non lo fareeeeeeee!”. Ma siamo pazzi a svegliarli? Non lo sappiamo che così creeremo una reazione a catena pericolosissima?
Ed ecco infatti che caccio un urlo fortissimo, perché ce n’è un altro molto più grosso sul soffitto e proprio adesso si sta lasciando cadere a picco sopra al primo. Un secondo prima dello schianto richiudo forte la porta e sento salire i brividi dalla schiena fino alla nuca. Ingoio saliva.
Sono svegli, sono svegli, fra poco si muoveranno, vorranno uscire, che abbiamo fatto? E dove sono gli altri? Ce la faccio a raggiungerli e a fermarli? Non li sento più! Erano andati a destra, nel corridoio pieno di armadi che porta alla stanza in fondo. E’ la più grande: quanti ce ne saranno laggiù?
Troppo tardi. La porta di casa! Forse è blindata, corro, magari riesco a chiuderli den